Mentre a Gaza si consuma quello che in tanti chiamamo con il suo nome, il Parlamento italiano manda al voto un disegno di legge che recepisce la definizione di antisemitismo.
Sulla carta è una norma contro l’odio, e nessuno può essere contro una norma che combatte l’odio. Nella pratica, sette degli undici indicatori allegati a quella definizione non parlano degli ebrei: parlano dello Stato di Israele e delle sue politiche. Gli stessi estensori del testo IHRA hanno scritto nero su bianco che non doveva mai diventare legge.
Il risultato è facile da immaginare, e sta già succedendo. Vignettisti, comici, relatori delle Nazioni Unite, giornalisti trascinati nel sospetto di antisemitismo per aver criticato un governo. Non un popolo, non una religione, non una comunità. Un governo. La distinzione è elementare, la conosce chiunque abbia fatto un’ora di educazione civica, ed è esattamente quella che questa legge rischia di rendere impraticabile.
Quindi: mentre uno Stato agisce criminosamente da anni nell’impunità più totale, qui – con l’avallo di pezzi del Partito Democratico oltre che del Governo – si lavora per rendere più costoso dirlo ad alta voce.
Dentro c’è la cronaca del ddl, gli undici indicatori IHRA, la differenza tra antisemitismo e antisionismo, i casi di chi ci è già finito in mezzo e un capitolo operativo su come si continua a dire quello che va detto restando nel perimetro legale.
L’antisemitismo è una cosa seria e va combattuto sul serio, non usato come scudo per un governo e soprattutto per un genocidio. Questo libriccino serve a tenere separate le due cose.